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Quanti anni ci vogliono per spostare il Monte Fuji?

di Roberto Vacca, 2015

E’ una domanda che ti potrebbero fare se cerchi lavoro presso un’azienda ad alta tecnologia. Non devi rispondere: “Chi può essere tanto scemo da voler spostare un monte alto 3 km?” Fai il conto. E’ un cono. Se è alto 3 km il raggio alla base sarà 9 km e l’area della base circa 250 km2, quindi ha un volume di 250 km3, cioè 250 miliardi di m3. Ogni m3 pesa circa 5 ton: peso totale 1.250 miliardi di ton. Se un camion porta via ogni giorno 100 tonnellate e si impiegano, diciamo, 10.000 camion per 7 giorni alla settimana. Il monte si sbanca in 1.250.000 giorni – cioè in circa 3400 anni. Anche se le stime che fai sono un po’ diverse, l’ordine di grandezza è quello. Domanda assurda? Pare di no.

Non solo le aziende ad alta tecnologia, ma anche banche e studi di ingegneria, propongono ai candidati domande difficili nei colloqui per l’assunzione. Talora i quesiti sono impossibili: fatti per controllare come si comporta una persona sotto stress. L’uso di test paradossali è giustificato dal successo di molte aziende che li propongono. Ma, se ci ragioniamo, capiamo perché sia plausibile. I collaboratori più efficaci non sono quelli che sanno solo applicare procedure standard. Sono quelli capaci di inventare soluzioni nuove e di reagire a situazioni inaspettate. Un filtro efficace per individuarli si può trovare proprio in questi problemi curiosi che non hanno UNA risposta. La loro soluzione è l’insieme delle ragioni possibili per definire risposte sensate in uno spazio continuo di soluzioni. Sono certo meglio dei test di intelligenza sviluppati un secolo fa da Binet in Francia e da Terman in USA. Questi mirano a misurare il quoziente di intelligenza [QI], proponendo problemini su numeri (quale: numero mancante va inserito in una serie), parole, configurazioni grafiche. Dovrebbero essere tarati in modo che metà della popolazione stia sotto 100 e metà sopra. In effetti il QI non misura l’intelligenza che è caratteristica complessa fatta anche di memoria, di abilità logiche e deduttive, di pensiero laterale o astratto, di inventività e spregiudicatezza, etc. Misura solo l’abilità a risolvere quel tipo di problemi.

Aver definito il QI in quel modo è stata una sciagura della psicologia. Ha generato malintesi gravi. C’è un’associazione internazionale (MENSA) che accoglie persone con QI superiore a un certo livello (circa 180 – dovrebbe superarlo il 2% della popolazione). Ho conosciuto alcune persone intelligenti che erano state accettate e diedero le dimissioni dopo breve tempo. Non sopportavano di perdere tempo a risolvere quesiti sul peso di ipotetici mattoni o su sequenze insensate di numeri interi. Propugnava con passione i test difficili anche William Shockley, premio Nobel per la fisica (era co-inventore del transistor). Per produrre transistor al silicio fondò un’azienda che ebbe vita misera e breve. Shockley propose anche di fare banche di spermatozoi di Premi Nobel per inseminare donne che partorissero geni. Dimostrò così che credeva all’ereditarietà dell’intelligenza e che anche dopo aver vinto un Premio Nobel, si possono fare proposte insensate e incivili. Si sa che ci vuole un’intelligenza speciale per produrre programmi di computer grandi e complessi. Questo software non è più prodotto da singole persone, ma da squadre. Formare, dirigere, monitorare una squadra è un lavoro diverso che oltre alle conoscenze informatiche, richiede abilità organizzative, sensibilità, immaginazione. I test che mirano a scegliere supervisori capaci di guidare squadre di softwaristi, quindi, devono misurare inventività, “larghezza di banda”, capacità di risolvere problemi, di pensare fuori da schemi tradizionali e di essere leader, invece che seguaci. Intanto molti parlano dei particolari quiz avanzati e complessi utilizzati. Quindi è sempre più probabile che i candidati li abbiano già sentiti e di certo se ne staranno inventando di nuovi. Ne spiego qui uno. Lo possono meditare i giovani che cercano lavori innovativi.

Quante volte al giorno si sovrappongono le due lancette di un orologio? NON 24 volte! Infatti dopo la mezzanotte si sovrappongono circa all’una e 5 minuti: più esattamente all’una più 5,45 minuti. Continua a sommare 65,45 minuti (12/11 di ora) per trovare le sovrapposizioni seguenti e vedrai che dopo le 10 e 54,5 minuti arrivi a mezzogiorno e ne hai contate 11. Ce ne sono altre 11 da mezzogiorno a mezzanotte – dunque sono 22.

Image: Photo by Aditya Anjagi on Unsplash

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